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Cloud, il futuro è sempre più ibrido

6 Dic 2018

La necessità delle aziende di combinare i benefici di costo e flessibilità del cloud pubblico con il controllo e la sicurezza del private, sta spingendo molte imprese ad adottare una strategia ibrida

Il cloud computing è senza dubbio una delle rivoluzioni tecnologiche del momento: la possibilità di usufruire tramite la rete Internet di risorse come server, spazi di archiviazione, database, rete, software, analisi e molto altro ancora, ha cambiato nel corso dell’ultimo decennio il panorama dell’IT globale, assicurando alle aziende importanti vantaggi in termini di costo e soprattutto di competitività e flessibilità, obbligando al contempo i principali operatori del settore a un cambio di rotta nella propria proposizione commerciale. Eppure, nonostante i tassi di crescita a doppia cifra puntualmente ribaditi da qualsiasi rapporto, anche per quanto riguarda il mercato italiano, non tutto è ancora ospitato presso i mega data center hyperscale dei grandi provider globali (AWS, Microsoft, Google, ecc).

Soltanto questione di tempo? Oppure la “naturale” ritrosia delle aziende nei confronti del cloud (non voglio spostare altrove i miei dati e perderne il controllo!) non potrà mai essere del tutto superata? In realtà le cose non stanno esattamente così: il punto è che le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, stanno sempre più sposando un approccio ibrido. La scelta di migrare tutto il proprio patrimonio informativo in un cloud pubblico può essere infatti perfetta per una piccola media impresa, dove si utilizza un numero limitato di applicazioni (email, strumenti per la produttività aziendale e CRM) e in cui l’esigenza fondamentale è quella di ottenere un risparmio economico rispetto alle classiche spese IT. Oppure per una startup, anche di grandi dimensioni, può avere un senso iniziare completamente in cloud, dal momento che soltanto la nuvola può assicurare quella flessibilità (maggiore o minore disponibilità di capacità di calcolo) indispensabile per un’azienda alle prese con un business agli esordi. Molto diverso, invece, è il discorso per una grande impresa “storica”, che presenta spesso alle spalle consistenti investimenti nelle proprie infrastrutture IT e che deve fare i conti con esigenze di compliance, nei confronti di clienti e fornitori, piuttosto importanti (anche sull’onda dell’entrata in vigore del GDPR).

Per tutti questi tipi di azienda la scelta del cloud ibrido si sta imponendo come naturale: in buona sostanza il modello ibrido consente di destreggiare i propri dati e applicazioni tra il cloud pubblico e quello privato (dove le risorse aziendali sono ospitate in uno spazio univoco ed esclusivo), offrendo ai responsabili dei servizi IT maggiori opzioni per le proprie strategie. Consentendo, in particolare, una distinzione efficace tra workload vitali per l’attività aziendale – da destinare al cloud privato – e altri meno sensibili, per cui si potrebbe approfittare dei vantaggi di costo e di competitività del cloud pubblico. Ma non solo: immaginiamo la classica azienda tipica del settore retail che deve fare i conti con workload particolarmente voluminosi in certi periodi dell’anno, come il periodo natalizio o la stagione dello shopping. La scelta ibrida in questi frangenti si rivela l’ideale, perché consente di attingere alle risorse computazionali del cloud pubblico in maniera estremamente rapida e semplice, proprio quando la domanda si fa più intensa. Oppure, un altro caso tipico dell’hybrid cloud prevede l’ausilio del public cloud esclusivamente per le funzioni di backup e restore della propria infrastruttura IT, che non vengono certo utilizzate quotidianamente. Un’altra possibilità può essere quella di destinare all’ambiente public una serie di applicazioni aziendali particolarmente ingombranti in termini di risorse e magari non utilizzate dalla maggioranza dei dipendenti. Anche la questione sicurezza, al contrario di quello che si potrebbe pensare, può essere un incentivo a scegliere il cloud ibrido: portare determinati carichi di lavoro lontani dalla propria rete aziendale, assicurando al contempo gli standard di sicurezza elevati dei data center che ospitano il public cloud, può rivelarsi una scelta saggia in tempi di ransomware e attacchi Ddos.

Questi esempi aiutano a capire quanto l’hybrid cloud sia qualcosa di più della semplice somma di un cloud pubblico e un altro privato. Si può infatti parlare di cloud ibrido soltanto in presenza di touch point multipli che consentano la migrazione di carichi di lavoro, risorse, piattaforme e applicazioni tra gli ambienti, tramite un sistema di gestione unificato. In caso contrario si avrebbero soltanto due tipi di cloud (private e public) affiancati e non comunicanti.  In buona sostanza con il cloud ibrido, le aziende possono collocare con flessibilità ogni carico di lavoro nell’ambiente ottimale, senza essere obbligate a collocare tutte le proprie risorse IT in un ambiente gestito in tutto e per tutto da una terza parte: questo consente di accelerare le distribuzioni, ridurre i costi e applicare le misure di sicurezza corrette per soddisfare gli standard di conformità relativi ai dati sensibili, mantenendo dunque il tanto ricercato “controllo”. D’altra parte, però, il cloud ibrido garantisce al tempo stesso la persistenza dei classici vantaggi del cloud computing, vale a dire flessibilità, scalabilità e razionalizzazione dei costi, senza bisogno di effettuare investimenti significativi in conto capitale soltanto per gestire i picchi di domanda a breve termine.

Che il mercato vada in questa direzione lo confermano i risultati preliminari di un’indagine di IDC, condotta su un campione di 150 grandi imprese italiane tra settembre e ottobre di quest’anno, che innanzitutto mette in luce un orientamento sensibile allo spostamento di risorse IT infrastrutturali in direzione del cloud. Ad oggi, solo il 22,5% dei rispondenti fa prevalentemente risiedere server, storage e networking, o servizi corrispondenti, in cloud (private e/o public), ma tra 12 mesi il medesimo campione risulterà quasi equamente suddiviso tra cloud e non cloud: il 43% delle imprese infatti prevede di portare l’infrastruttura IT prevalentemente in private e/o public cloud. In questo ambiente ibrido, l’esigenza delle imprese è quella di avere a che fare con dati “liberi di muoversi”, lasciando la massima indipendenza di scelta all’IT e garantendo il più elevato livello di sicurezza.

Certo è però che l’adozione di una efficace strategia cloud ibrida è diversa e, inevitabilmente, più complessa rispetto alla migrazione tout court verso la nuvola: le imprese che optano per questa strategia, dunque, hanno ancora maggiore necessità di affidarsi a delle società di consulenza, che siano in grado di disegnare al meglio la divisione dei carichi di lavoro e trovare le giuste soluzioni per permettere un efficace dialogo e fluidità tra ambienti private e public.

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